LIBIA, conflitto. Dove non ha fatto effetto il “Virus di Wuhan” non riuscirà neppure il ramadan: si continuerà a morire

La situazione aggiornata relativa al Paese nordafricano dilaniato dalla perdurante guerra civile e dai contagi da Covid-19. A insidertrend.it il commento del generale Giuseppe Morabito, membro della Nato College Foundation

di Giuseppe Morabito – Lo scorso anno a cavallo dei mesi di aprile e maggio a Tripoli si continuava a combattere nonostante il Ramadan.

Il portavoce del generale Khalifa Haftar, oppositore del governo presieduto da Fayez al-Serraj, riconosciuto dalla comunità internazionale, era comparso in video per incitare le truppe alla guerra santa nel mese del digiuno dei musulmani, una dichiarazione giunta dopo poche ore dalla richiesta dell’Onu di una tregua della durata di una settimana.

In poco più di un mese i combattimenti ebbero il bilancio di 400 morti, mentre le Nazioni Unite parlavano di 55.000 sfollati.

Lo scorso marzo al-Serraj e il Consiglio presidenziale libico avevano accolto con favore la richiesta umanitaria da parte di paesi stranieri di fermare le ostilità per consentire alle autorità del Paese di rispondere alle minacce del coronavirus.

In una dichiarazione, un portavoce del Consiglio aveva affermato «il favore nei riguardi della sicurezza di tutti i libici ovunque si trovassero», aggiungendo che stava lavorando con il ministero della salute per imporre misure preventive in tutta la Libia.

Il Consiglio presidenziale aveva invitato a sostenere gli sforzi volti a mantenere la pandemia di coronavirus lontano dal paese, ribadendo l’impegno per le conclusioni della Conferenza di Berlino, tra le quali una sospensione delle ostilità e la protezione dei civili.

Il Ramadan è uno dei cinque pilastri dell’Islam, è il mese della preghiera per i musulmani di tutto il mondo. Esso dura dai 29 ai 30 giorni in base al calendario islamico, che dipende dalle fasi lunari. Ogni anno, il popolo libico attendeva questo mese con grande passione e gioia e le famiglie si preparavano all’evento con la massima cura, infatti, si tratta del mese sacro del digiuno, dedicato alla preghiera, alla meditazione e all’autodisciplina. Il digiuno è un obbligo per tutti i musulmani praticanti adulti e sani che, dalle prime luci dell’alba fino al tramonto, non possono mangiare, bere, fumare e praticare sesso. Dal digiuno sono esentati i minorenni, i vecchi, i malati, le donne che allattano o in gravidanza, mentre le donne durante il ciclo mestruale e chi è in viaggio sono solo temporaneamente esentati da esso. Al tramonto il digiuno viene interrotto con un dattero o un bicchiere d’acqua, poi segue il pasto serale (iftar).

Atteso che l’unica cosa che la pandemia da Covid-19 non è riuscita a fermare è la sanguinosa guerra tra il governo di accordo nazionale di al-Sarraj e le milizie di Haftar, non è ragionevole pensare che ciò accada dopo le premesse dello scorso anno.

Infatti, dopo aver riconquistato le città di Sabratha, Surman e Al-Ajaylat, a ovest di Tripolisabato scorso il governo di accordo nazionale ha lanciato l’offensiva per riprendere il controllo di Tarhuna, principale base dell’uomo forte della Cirenaica nella Libia, occidentale, una località situata a 65 chilometri a sud-est della capitale.

Come aveva fatto lo scorso anno Haftar, ora sono le forze di Sarraj cercare di ottenere il massimo vantaggio prima dell’inizio del Ramadan. Il loro obiettivo è allontanare il più possibile da Tripoli le forze nemiche, quindi nelle prossime ore dobbiamo attenderci un’offensiva durissima contro l’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna).

Come detto, tutto questo non ha fondamento, se si accetta la tesa che i musulmani della Libia preferiscono continuare a combattere piuttosto che sospendere le ostilità in rispetto del mese sacro

A seguito dell’offensiva, le forze di Haftar sono state costrette a ripiegare a sud, verso la base aerea di Al-Watiya.

A sud della capitale libica, invece, le posizioni sul terreno restano fondamentalmente cristallizzate.

Altro fronte caldo continua a essere quello di Misurata: se fino a un mese fa la situazione sembrava pendere in favore di Haftar, negli ultimi giorni non soltanto l’avanzata finale non c’è stata, ma, al contrario, il Lna ha iniziato a subire diverse perdite da parte dei “tagliagole” turcomanni siriani che combattono nel campo misuratino, inviati in Libia dal governo turco di Reçep Tayyip Erdoğan.

Fase difficile dunque per Haftar, che nonostante alcune informazioni facciano intendere che sono arrivati in suo supporto un centinaio di miliziani siriani filogovernativi mandati lì dai Russi.

Si ripete in Libia il film già visto in Siria, dove terroristi e mercenari al soldo dei turchi ,dopo aver trucidato i curdi senza una ferma reazione dei Paesi occidentali, ora sono a compiere il loro lavoro sulle sponde del Golfo della Sirte.

Al momento la battaglia sembra comunque concentrarsi nell’area di Tarhouna, la più importante base del generale Haftar a ovest.

Le notizie di cosa stia accadendo ora non sono ancora chiare, tuttavia sembrerebbe che le forze del Gna, appoggiate dai mercenari al soldo dei turchi, potrebbero entrare in città.

Chi conquista Tarhouna conquista un capitale importante per le sorti di questa guerra, da qui la sua valenza strategica e da qui il possibile bagno di sangue, vista l’attitudine di quei miliziani turcomanni.

L’intervento dei russi a favore di Haftar, l’ingerenza turca (o meglio: il controllo turco del governo di a-Serraj) non sono buone notizie per il nostro Paese.

Si può concordare che il «Virus di Wuhan» distolga completamente l’attenzione degli italiani dalla Libia, ma i questo modo si rischia un brutto risveglio nella fase due, con un al-Serraj rinfrancato dalle vittorie nei combattimenti grazie al sostegno  di Ankara che ci potrebbe voltare definitivamente le spalle.

Ma forse già ora è ormai troppo tardi.

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